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Nell’immaginario popolare la strada rappresenta il luogo della fuga, del vuoto, della miseria, della disperazione.
La strada, da sempre luogo di devianza ed emarginazione, è casa dei senzatetto che fanno della panchina il proprio letto, dei tossicodipendenti che girano in cerca di spiccioli per una dose, casa degli immigrati in cerca di un nuovo futuro, punto di ritrovo spontaneo degli adolescenti in cerca di sballo, sede di lavoro delle prostitute, luogo per antonomasia di tutte le fasce deboli della popolazione.
La strada quale luogo di dispersione, fonte di perdizione, vista con gli occhi di un educatore diventa luogo di potenziamento: relazionalità, crescita, recupero.

Ma come può la pedagogia fare della strada un luogo di progettualità educativa?

In Italia le prime esperienze di “educativa di strada” risalgono agli anni ottanta del novecento, periodo in cui si iniziano a delineare i contorni di questa professione nell’ambito dei servizi sociali ed educativi.
Uno degli aspetti che caratterizza il metodo d’intervento del lavoro di strada è l’informalità, ciò lo rende particolarmente efficace e lo distingue da altri approcci più istituzionali e tradizionali.
Nasce dalla scelta di frequentare i luoghi dove la gente vive e dove si generano le condizioni di disagio e sofferenza; privilegia i luoghi ordinari di vita ed i contesti naturali di esistenza, come possibilità esclusiva di contattare quei soggetti e gruppi che vivono in situazione di disagio, ma anche come possibilità di creare le condizioni per la promozione e lo sviluppo delle comunità.
In tal modo non sono gli utenti che si recano dalle istituzioni per chiedere sostegno ma le istituzioni stesse a recarsi da loro, al di fuori di servizi e strutture formali.
mano tesa aiutoGli educatori hanno scelto di scendere in strada per raggiungere coloro che non andrebbero mai a cercare a aiuto.
Come afferma il pedagogista e psicologo Paolo Gambini: “ la strada è lo spazio anche di chi non ha altri ambienti dove stare sia in senso psicologico sia in senso fisico”.
Molte strade, soprattutto quelle delle grandi periferie urbane, rappresentano ambienti ad alto rischio per la scarsa presenza di opportunità e autorealizzazione personale: dei veri e propri quartieri dormitorio, privi di servizi dove la vita relazionale è minima e più diffusa si fa la solitudine ed il degrado.
Non è facile chiarire il profilo professionale dell’educatore di strada, sia perché è una figura relativamente nuova, sia perché il suo operato varia in base agli utenti e alle problematiche che si presentano. L’educatore, quindi, deve saper rispondere in maniera differente per la molteplicità di problematiche e situazioni.
L’operatore di strada svolge attività di prevenzione, assistenza e recupero sociale in favore di tutte quelle fasce deboli che vivono in situazioni di degrado e di emarginazione. Il target è costituito prevalentemente da alcolisti, giovani disadattati, persone senza fissa dimora, ragazze costrette alla prostituzione, tossicodipendenti, sieropositivi ed emarginati, bambini mendicanti e minori coinvolti in attività criminali.
Il suo compito principale è quello di seguire un soggetto “debole”; si tratta di un percorso di accompagnamento che parte dalla conoscenza del contesto di provenienza, per poi individuare il problema, e progettare interventi mirati in collaborazione con la rete di assistenza pubblica.
Prima di progettare un appropriato percorso di recupero, l’educatore si propone di conoscere la rete relazionale dell’individuo.
Volendo fare un esempio pratico, nel caso in cui l’intervento sia rivolto ai giovani, egli dovrà stabilire relazioni e contatti con la scuola, la famiglia, i luoghi d’associazione del quartiere, allo scopo di comprendere le cause che determinano le condizioni di svantaggio sociale; in seguito, individuato il problema e stilato un progetto, dovrà esercitare un ruolo positivo di guida e sostegno, aiutare la persona a progredire e risolvere la situazione di disagio.
L’educatore di strada è quindi una figura sociale che opera a livello di microterritorialità; nel suo agire pedagogico mira a ridurre il rischio del disagio sociale e della devianza, mira a recuperare i soggetti emarginati. Egli è il primo anello di contatto con un aiuto pubblico, entra in punta di piedi nel loro mondo, nelle loro vite.
L’educatore di strada diventa, in tal modo – mediatore – facilitando il contatto tra le istituzioni e la popolazione, attivando la rete dei servizi sanitari, educativi e sociali. Cerca di ridurre le distanze tra i servizi e i soggetti in difficoltà che incontra sul territorio. (Vico)
Spesso si è associata la figura dell’educatore di strada ad un uomo solo, che cammina per le strade della città, a caccia di persone bisognose di aiuto; quest’immagine ci allontana dall’idea di lavoro di gruppo.
Gli educatori di strada possono far parte di enti pubblici o privati, o di un’associazione locale (laica o religiosa), di cooperative sociali, strutture di volontariato, centri giovanili, ecc.; egli solitamente lavora all’interno di un progetto approvato dal Comune di competenza e realizzato dall’ente o dalla cooperativa per cui lavora.
bir_teamL’educatore di strada è parte attiva di un’equipe multidisciplinare, ossia l’insieme di figure professionali (educatore, pedagogista, psicologo, assistente sociale), ognuno con le proprie specializzazioni, che insieme alimentano uno o più progetti di intervento sociale, definendo obiettivi, tempi e modalità d’intervento.
L’intervento può prevedere la creazione di un’unità operativa che include più di un educatore di strada per scendere insieme in campo.
Gli educatori di strada devono garantire una presenza costante sul territorio e trovarsi in un certo numero di luoghi in determinati orari e devono dunque seguire un determinato calendario e orario; allo stesso tempo la loro presenza strategica in determinate occasioni specifiche impone flessibilità, ciò significa che dovranno spesso riorganizzare più volte i lori piani e i loro tempi.
Non esiste un quadro teorico universale sulla metodologia del lavoro di strada; ciò che connota il lavoro dell’educativa di strada è la necessità/possibilità di inventare e reinventare le pratiche, considerata la varietà degli utenti e dei bisogni. Ognuno di essi ha la propria storia di vita, ognuno ha potenzialità e risorse differenti, pertanto è necessario modellare l’intervento in base all’utente, aiutandolo a trovare una via d’uscita.
Nonostante la varietà di interventi, possiamo individuare una sequenza di fasi di lavoro.
Nella prima fase, detta mappatura, un’equipe decide quali potrebbero essere le zone della città più a rischio, le zone focus in cui si andrà ad intervenire, gli educatori si recano in tali zone per analizzare praticamente il contesto ed individuare gli utenti.
La fase successiva rappresenta un momento importante e soprattutto difficile, è la fase dell’aggancio, del primo contatto, in cui gli operatori si presentano, dicendo chi sono e cosa fanno; il rischio maggiore è il probabile rifiuto da parte dell’utente.
A partire dal primo contatto, la relazione si costruirà gradualmente e si passerà dai primi sospetti ad un rapporto basato sulla fiducia, fase questa del consolidamento della relazione.
Successivamente sarà fondamentale un monitoraggio continuo di ciò che accade nella zona.
L’ultima fase è la micro-progettualità, ossia le proposte-stimolo degli operatori di strada, i quali promuovono lo sviluppo delle potenzialità dell’utente o del gruppo e del loro rapporto con il territorio. (Paparella)
L’educativa di strada prevede quindi il passaggio dal lavoro informale, quello svolto sulla strada, ad un lavoro strutturato, più formale, svolto all’interno di strutture socio-educative.
L’educatore di strada deve saper osservare i comportamenti per cogliere i bisogni e le risorse dei soggetti, elementi utili per sviluppare il progetto pedagogico. Egli deve interpretare “il contesto e gli avvenimenti in un’ottica che tenga conto della complessità dell’ambiente e dei soggetti che la costituiscono. E’ necessario che egli comprenda a fondo la realtà in cui interviene, condividendo gli aspetti esperienziali con le persone che incontra”. (Deluigi)
volontariIn questo lavoro l’educatore diventa un punto di riferimento per la persona bisognosa d’aiuto, offrendo ascolto, sostegno e orientamento. Deve esserci intenzionalità educativa (Paolo Peroni) negli educatori di strada, la loro presenza deve essere uno stimolo per la crescita delle persone e per lo sviluppo della loro autonomia.
Il lavoro di strada si basa su ciò che è vissuto ogni giorno dalle persone interessate; ha come preoccupazione immediata la qualità della vita delle persone incontrate, la risposta, quindi, alle richieste di aiuto più urgenti. A volte può trattarsi di bisogni primari come il vestiario, un posto letto, il vitto. In alcuni casi può riguardare azioni come l’assistenza legale o la ricerca di un lavoro; in altri casi interventi di empowerment attraverso la consulenza personale informale con lo psicologo o l’educatore, aiutando così l’utente ad acquisire maggiore autostima e consapevolezza delle proprie risorse. Il lavoro di strada può utilmente aiutare le persone a cercare o ritrovare personali abilità, a trovare risorse nel proprio ambiente, a valorizzare abilità sociali.
Un pasto caldo, una palla con cui giocare, un posto letto, un biglietto per l’autobus, dei farmaci, sono gli strumenti utili al primo approccio con la persona, ma perderebbero il loro valore se fossero solo fini a se stessi. Pertanto segue a questa prima fase d’intervento l’accompagnamento verso un progetto educativo, verso il raggiungimento di risultati migliori, senza giudicare, senza moralizzare, concentrandosi solo sul potenziale del soggetto, cercando di rendere gli utenti capaci di riappropriarsi della propria vita.
Avvicinarsi alla pedagogia della strada significa ritrovarsi “improvvisamente a percorrere itinerari dalla periferia al centro, dal centro alla periferia e fino ai limiti e ai confini spesso insperati, imprevisti, sconosciuti dove scopri […] vissuti di povertà e di inerzialità che non avresti mai immaginato di poter vedere”. (Vico)
L’educatore di strada si addentra in percorsi ardui, ponendosi come agente di cambiamento e di sviluppo sociale.
Grazie a questa nuova strategia educativa la strada, da luogo che produce disagio, si sta gradualmente trasformando in un luogo d’incontro, di relazionalità, in uno spazio di azione pedagogica che permette di raggiungere quella fetta di popolazione dimenticata.

Marisa Cippone

Bibliografia
– Deluigi Rosita, Animare per educare, SEI 2010
– Gambini Paolo, L’animazione di strada, Elledici 2002
– Paroni Paolo, Un posto in strada: gruppi giovanili e intervento sociale, FrancoAngeli 2004
– Paparella Nicola, Il progetto educativo, Armando Editore 2009
– Vico Giuseppe, Erranza educativa e bambini di strada, Vita e Pensiero 2005

Sitografia
http://legge383.uisp.it/uploads/public/file1040.doc

 

 

 

 

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