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Con l’arrivo del secondo genito la gelosia é un sentimento piuttosto frequente all’interno di una famiglia, anzi si direbbe quasi inevitabile: tutti i bambini vorrebbero essere i figli prediletti dei genitori. A scatenare questa competizione è proprio la necessità di voler ottenere amore e approvazione da parte dei propri familiari, esprimendo il timore di perdere, con l’arrivo di un fratellino, l’esclusività. Essa non consiste, come spesso si crede, nel timore di perdere l’amore, ma piuttosto nel non avere più il possesso esclusivo e la disponibilità affettiva della persona da cui ci si sente amati. Per sua natura rappresenta quindi un sentimento tipico del primo figlio, il quale sperimenta la perdita in maniera differente rispetto ai fratelli nati successivamente: il secondo e terzo figlio si trovano infatti a dover già condividere il loro rapporto con i genitori, temendo molto di meno “l’abbandono del rapporto esclusivo”. Tuttavia non si tratta di una caratteristica presente solo nelle famiglie numerose con più figli, questo sentimento non risparmia nemmeno i figli unici, i quali temono che da un momento all’altro questo rapporto privilegiato possa svanire, nonostante non ci siano le condizioni. Il bambino inizia a comprendere il cambiamento ancora prima della nascita del fratellino, vedendo il pancione della mamma come l’elemento che si frappone tra di loro, concedendo al nuovo arrivato già troppo spazio. La gelosia, che si sviluppa tra i 2 e i 6 anni, é un sentimento del tutto sano e normale, ma l’emergere di queste emozioni è spesso fonte di conflitto tra fratelli e, di conseguenza, tra figli e genitori.
A questo proposito, come può il pedagogista intervenire per superare questo sentimento naturale facente parte della crescita, ma deleterio all’interno della famiglia, conducendola spesso all’esasperazione?
«Nella storia della pedagogia – scrive Novara – non esiste, una riflessione sui litigi e sulla conflittualità infantile che superi il preconcetto che li consideri errori, carenze e mancanze. Come se il bambino che litiga finisse per rappresentare, in un certo senso, il fallimento stesso dell’educazione». Un errore che spesso si compie è quello, infatti, del punire due fratelli che litigano per gelosia o competizione, probabilmente a causa dell’educazione tradizionale che utilizzava la disciplina per regolare questi eventi o fenomeni problematici. In realtà il litigio infantile è da vedersi come un evento carico di contenuti e fondamentale per la crescita e non assolutamente una situazione da evitare: un conflitto dunque non va risolto ma gestito, riprendendo la comunicazione e mettendosi in gioco, anche se, nei bambini inferiori ai 6 anni si parla principalmente di scontro, bisticcio: infatti prima di quella età non hanno ancora sviluppato il pensiero reversibile, quello che consente di avere memorie delle offese ricevute, impedendo che si crei in esso il rancore o il risentimento, tipico della condizione adulta.
come-affrontare-i-conflitti-tra-bambini-227193038[1845]x[1229]360x240Obiettivo delle Scienze dell’Educazione è perciò innanzitutto far si che la gelosia seguita da un conflitto, diventi un modo per sperimentarsi, mettersi alla prova, mentre compito del pedagogista sarà in primis quello di gestire i litigi, aiutando i fratelli a stare insieme in maniera non competitiva, a condividere le esperienze, trasformando un conflitto in un confronto creativo.
Il pedagogista tra le varie strategie educative può avvalersi di criteri che secondo Novara possono essere portati avanti affinché il bambino possa gestire e affrontare bene il litigio:
1) Il criterio della neutralità empatica
Che consiste “nell’evitare di cercare un colpevole”. Il primo criterio è dunque quello della neutralità: l’educatore non è un giudice ma ha come compito quello di trasformare tali esperienze in opportunità di apprendimento.
2) Decantazione narrative
Che consiste nel “dammi la tua versione”. È infatti fondamentale che ogni bambino abbia la possibilità di esprimere a parole o anche tramite disegni e scritti, il proprio punto di vista sul litigio o evento accaduto. Obiettivo sarà costruire un’occasione di dialogo tra i due contendenti che hanno un problema e che dovranno parlarsi e chiarirsi.
3) Ricostruire il rapporto
Che consiste nel “darsi il tempo per recuperare il legame”. Recuperare il rapporto significa risolvere i conflitti attraverso la negoziazione e la mediazione, le quali permetteranno di riallacciare le relazioni precedentemente compromesse.
Dunque, «attraverso il litigio il bambino impara – secondo  Novara – a riconoscere se stesso e gli altri, il senso del limite, individua, grazie alla resistenza che incontra, a conoscere le proprie capacita e i propri difetti, a sbagliare, a scoprire l’errore come momento evolutivo e creativo, a gestire le proprie forze e a misurare quelle degli altri»
Detto ciò compito del pedagogista è anche quello di aiutare i genitori a promuovere la formazione integrale dei bambini: è vero che essi sono degli educatori nati, come li definiva Pestalozzi, ma hanno bisogno del supporto della Scienza dell’Educazione, una formazione pedagogica affinché possano educare al meglio i propri figli.
Secondo Luigi Domenighini, sostenitore della Pedagogia Preventiva Positiva a svolgere un ruolo fondamentale nella risoluzione di questi conflitti, è la gestione da parte dei genitori: la convinzione che ciascuno di essi deve portare avanti è che i litigi tra fratelli non sono necessariamente negativi o distruttivi, piuttosto servono ad imparare a trovare una mediazione tra punti di vista differenti. È importante, dunque che si intromettano meno possibile e intervengano solo quando il bisticcio diventa altamente pericoloso. “Ho questa esperienza documentata- racconta Domenighini- i due stanno suonandosele di santa ragione nella cameretta, la mamma non sa che fare e confida al pedagogista… “Sono andata di là ed ho detto: «Bambini devo uscire a prender il pane, torno tra dieci minuti», sono uscita e mi sono fermata fuori dalla porta per sentire quel che succedeva… il conflitto è cessato”. Quindi il genitore deve controllare che i bambini non si facciano male (anche se è difficile che i litigi infantili possano sfociare in comportamenti pericolosi) come se facesse un lavoro di regia, di mediazione, ma non di arbitraggio.
In conclusione, c’è però da chiarire che, nonostante i pedagogisti accompagnino i figli e supportino i genitori cercando di suggerire spunti per l’armonia e la felicità familiare e relazionale, quello del “bravo bambino” è solo un’ideale, un mito: tutti fanno i capricci, disturbano, litigano e si picchiano, ma ciò non significa che la famiglia è in crisi o che non sappia educare i propri figli.

«Il litigio è una forma profonda di autoconoscenza, legata alla necessità di distinguere se stessi dagli altri, sviluppando la capacità di tenere conto della presenza altrui e di separare e individuare la propria opinione: una grande esperienza di differenziazione, autonomia e competenza relazionale». Daniele Novara

Larosa Angela

Bibliografia
D. Novara, “Litigare per crescere – proposte per la prima infanzia” (Edizioni Erickson, Trento 2010)
D. Novara, “Dalla parte dei genitori. Strumenti per vivere bene il proprio ruolo educativo” (Franco Angeli 2009)
http://www.luigidomenighini.it/viewarticle.php?cont=65

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