empatia

Sempre più spesso si sente parlare nel mondo del lavoro ed in quello formativo – educativo di competenze trasversali. Tra le innumerevoli competenze o soft skills, intese come le abilità che contraddistinguono il modo di comportarsi di ciascuno, immancabile è la capacità di ascolto attivo empatico. Thomas Gordon in condivisione con il pensiero di Rogers enuncia il principio che porta con sé come finalità prioritaria di un sistema educativo quello di aiutare un individuo ad auto-educarsi, facendo “venire fuori” il proprio sé.
L’educazione diventa un processo che il singolo gestisce ed organizza per sé stesso; se da un lato al pedagogista viene affidato il compito di preparare il setting educativo che funga da facilitatore, all’educando viene affidato l’arduo compito di comprendersi ed esprimere se stesso.
L’ascolto attivo è quindi la miglior soluzione per istaurare una forma di comunicazione completa: ci si rende disponibili al confronto con l’altro, attuando una comunicazione di tipo verbale e non verbale, si incentiva l’attenzione dell’altro per la comprensione. Con la forma di comunicazione e di ascolto attivo è possibile accogliere l’altro, senza invaderlo, per ottenere la costruzione di una buona relazione con una facilità superiore rispetto ad altre forme di comunicazione e di ascolto.
Ascoltare, termine che etimologicamente rimanda ad uno status di attenzione e concentrazione, molto spesso viene definito come la semplice capacità innata di un soggetto che ha il dono dell’udito e di una buona dose di concentrazione protratta nel tempo.
i-processi-dell-ascolto-10-638Come ben sappiamo questa visione semplicistica dell’ascolto, oltre a limitare il campo di crescita personale del singolo individuo, non tiene fede alla possibilità di crescita privilegiata dal contatto con altre persone. Se nei contesti formativi ed educativi non di rado viene privilegiata la dimensione valutativa delle performances misurabili, in realtà, il “bravo studente” non è solo colui che affina ottime capacità di scrittura, lettura o comprensione bensì colui che acquisisce i giusti strumenti da utilizzare nella vita di tutti i giorni. Questa visione gentiliana della scuola come distributore di saperi in pillole ha del “marcio” di base. Rivoluzionare i percorsi da parte dei professionisti con maggiore attenzione allo sviluppo di capacità dall’ascolto attivo, mette nelle condizione di una collaborazione autentica, oltre che nella comunicazione, all’interno del gruppo stesso.
La competenza trasversale dell’ascolto pone l’attenzione sull’importanza di creare e sviluppare percorsi educativi e formativi che ridisegnino il discente dalla condizione di contenitore da riempire a soggetto col quale comunicare attivamente, donando attenzione nella comunicazione e allo stesso tempo richiedendo partecipazione nell’ascolto con un feedback costante.
Nasce la necessità di un dialogo di tipo circolare, lontano dalla lezione frontale, che affronta l’esigenza di attenzione viva e pone in un reciproco e continuo scambio chi ascolta e chi parla.
Parlare di comunicazione attiva e partecipata è un terreno molto fertile di teorie e dottrine, che restringe la vastità di letteratura più pratica che teorica quando si necessita di spunti per la progettazione di un intervento da parte del pedagogista o dell’educatore.
Come attuare un progetto di crescita del bambino o adolescente che favorisca lo sviluppo della propria capacità d’ascolto?
Si vuole proporre di seguito qualche spunto di riflessione ( e perché no, anche qualche idea) per rendere il discente artefice di un ascolto attivo che gli permetta di essere spronato in una tecnica e che lo veda protagonista di un livello più profondo e meno superficiale di scambio.
Il lavoro dell’educazione e della formazione richiede una dedizione particolare che non viene acquisita col tempo ma che impronta il proprio operare in un approccio emotivo che non prevede il giudizio ma risulta essere intrinseco di spunti di riflessione e consigli pratici e metodologici spendibili nella propria vita.
Consentire lo sviluppo di un ascolto attivo permette oltre che la riflessione personale del singolo, la stimolazione di nuove domande, ed incrementare lo spirito di “ricercatore” che in ogni essere umano è smosso dalla curiosità.
Seguendo questo filone di ricerca e stimolazione della curiosità, il primo step imprescindibile è la creazione di domande.
ceis-discussione-in-cerchio-maggio--10-0-jpgLo studente, ascoltando un discorso, leggendo un libro troverebbe sicuramente stimolante il momento in cui gli vengono posti dei quesiti. Il collegamento ad un concetto appena sviscerato, crea la condizione ottimale per la creazione e la somministrazione di quesiti che possano destabilizzare positivamente la propria certezza. Uscire fuori dagli schemi classici di un discorso monotematico permette di destare una confusione ed incertezza che richiede uno sforzo di concentrazione per la ricerca della soluzione. Educare o formare all’ovvietà è molto semplice, educare alla complessità di un discorso multidisciplinare è uno dei presupposti per lo sviluppo di un pensiero critico.
Creare confusione e destabilizzare l’ovvietà non significa certamente creare disagio e senso di smarrimento. Il pedagogista, nel contesto scolastico, con parole di motivazione è addetto alla cura dell’autostima del suo discente. L’ascolto nei bambini, sulla scorta delle recenti ricerche, non dura più di quarantacinque minuti. La motivazione del professionista, nella buon pratica del suo progetto educativo, aiuta lo studente al raggiungimento dei suoi obiettivi in un’ottica di positività del “ce la posso fare!”. Spesso una scarsa autostima, soprattutto di fronte ad una figura autoritaria e incapace di comunicare, inibisce le risposte e impedisce una comunicazione attiva ed efficace. Questo non è il senso dell’ insegnare, non è comunicare, non è trasmettere e trasferire dei concetti utili.
Esistono nella letteratura scientifica differenti esercizi di ascolto che rendono più semplice l’arduo compito. Il classico esercizio, soprattutto nelle prime esercitazioni di gruppo, è quello del rispecchiamento o gioco della mediazione tra pari proposto dalla Dott.ssa Bandini. Secondo l’autrice, il professionista, facendo attenzione alla creazione di pause, chiederà ai singoli utenti di ripetere ciò che si è sentito al proprio compagno. In una prima analisi sarà possibile verificare le loro conversazioni verificando anche l’oggettività dei contenuti riportati.
Non banalizzare i propri comportamenti significa comunicare coscientemente con consapevolezza. Il linguaggio e la comunicazione non si colora unicamente del verbale; fare molta attenzione alla mimica e ai segnali non verbali permette di affinare una capacità d’ascolto. Chi non ha mai avuto a che fare con ragazzi “timidi”? Grazie al linguaggio verbale, all’interno di un gruppo, è possibile ottenere feedback e segnali attraverso semplici movimenti. Pensare di ottenere una risposta di consenso o dissenso attraverso un gesto ( che possa essere semplicemente la mano chiusa o aperta) desterà il giusto compromesso per richiedere ascolto e partecipazione.
Nonostante i molti esercizi di motivazione sulla comunicazione e sull’ascolto attivo non mancheranno i pigri. La categoria di “ascoltatori pigri” per quanto non garantita da nessuna casistica matematica si ritrova ad essere presente in qualsiasi gruppo omogeneo o non. Pensare di ripetere continuamente un medesimo concetto o un compito da svolgere, in genere, genera le condizioni ottimali per la distrazione dei ragazzi; attenderanno che le indicazioni vengano ripetute dal professionista per svolgere soltanto dopo diversi richiami e sollecitazioni. . Al contrario, se il professionista indica raramente le indicazioni fondamenti per lo svolgimento di un’attività, si concretizzeranno le condizioni in cui l’attenzione sarà necessariamente indispensabile già dal primo momento.
Con questa indicazione, ovviamente, non si vuole lasciar brancolare nel buio i ragazzi distratti o coloro che si dimenticano di ascoltare, ma incentivare la cooperazione nel gruppo dei pari ponendo ogni singolo in una posizione di aiuto reciproco. liberoXIl pedagogista per quanto debba mantenere un ruolo asimmetrico rispetto all’educando, deve ben tenere presente che non è opportuno creare rapporti di dipendenza assoluta con i suoi discenti; l’azione educativa deve predisporre le basi per un percorso incentrato sul dialogo, con l’integrazione comunicativa e la reciprocità nell’ascolto. La relazione educativa, costruendosi giorno per giorno, necessita di fiducia e di stima consolidata in un dialogo diretto e personale anche fuori dai contesti professionali. Se l’educando può contare su una figura di riferimento, pronta e attenta, deve comunque aver chiaro che la stessa figura sarà pronta a richiamarlo al momento opportuno per potenziare la sua autonomia futura per poter spiccare il proprio volo nella vita.

Michele Di Benedetto

Bibliografia

C. Bandini e M. Gallo, Gesti di cura. Elementi introduttivi per una pedagogia delle relazioni d’aiuto, Tangram Edizioni Scientifiche, Trento 2004.

B. Grasselli, Parlarsi per un nuovo ascolto, Armando Editore, Roma, 2007.

G. Giornelli e M. Sclavi, La scuola e l’arte di ascoltare. Gli ingredienti di una scuola felice, Feltrinelli Editore, Milano, 2014.

D. Meregalli, L’inquietudine umana . Per una pedagogia dell’interrogativo, Vita e Pensiero Editore , Milano, 2014

http://www.unipd.it/ilbo/content/attenzione-45-minuti-poi-il-cervello-rallenta

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