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Oggi un adolescente ha quasi sempre con sé un supporto tecnologico. Se si incontra per strada un ragazzo o un gruppo di giovani, è esperienza comune osservare smartphone tra le loro dita e auricolari che pendono sotto la giacca, oggetti tecnologici che sembrano essere diventati prolungamenti del loro corpo e della loro mente. I cellulari, in un tempo infinitesimale, proiettano i giovani in uno spazio, la Rete, senza limiti di tempo né confini geografici, dove le esperienze della vita reale sembrano espandersi e aprirsi a nuove possibilità. On-line i ragazzi si relazionano, stringono legami, litigano, sperimentano emozioni allo stesso modo di come fanno nella vita reale. I ragazzi di oggi, i nativi digitali cioè soggetti che fin da bambini sono abituati ad usare le nuove tecnologie per comunicare, giocare, informarsi ed anche fare acquisti, stanno solo cercando, alla stessa stregua degli adolescenti di ogni epoca di affrontare i compiti evolutivi della loro fase di crescita utilizzando gli strumenti a disposizione: la realtà quotidiana, ma anche la Rete. I ragazzi che utilizzano Internet, nella maggior parte dei casi non rinunciano affatto alla vita reale: si relazionano e si incontrano con gli amici anche di persona. Emerge che la piattaforma virtuale rappresenta un luogo in più dove potersi sperimentare e non un’alternativa alla realtà. Esistono però ragazzi in difficoltà, che non riescono più ad accedere ai luoghi di socializzazione abitualmente frequentati dai loro coetanei: sono paralizzati dalla vergogna, dal timore di non essere adeguati, bloccati da ideali narcisistici severi. Questi ragazzi non vanno più a scuola, non frequentano attività sportive, oratori, parchi. Mettono in atto un ritiro progressivo che arriva a confinarli nelle loro case o, nei casi estremi, nelle loro camerette; lì si sentono al sicuro dallo sguardo degli altri, che temono in maniera assoluta e radicale sono i ragazzi: hikikomori.

Hikikomori_,_Hiasuki,_2004L’Hikikomori è un fenomeno giapponese e significa in lingua italiana: “autoreclusione”, analizzando etimologicamente il termine è possibile evidenziare che esso risulta composto da due verbi kiku e komoru. Mentre con il primo termine ci si riferisce al concetto del ritirarsi, del rifugiarsi in un luogo riconosciuto come sicuro, nel secondo è espressa l’idea del chiudersi e di conseguenza il concetto di qualcosa che risulta difficile da vedere, di un particolare stato d’animo difficile da comprendere. Il termine hikikomori fu coniato dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki che negli anni ottanta individuò un numero sempre maggiore di casi di ragazzi che per una forma di fobia scolare o apatia verso la scuola tagliavano tutte le comunicazioni con il mondo sociale e si ritiravano nella propria stanza rimanendovi per lunghi periodi senza quasi mai uscire.
Come criterio diagnostico per definire lo stato di hikikomori fu indicato un periodo minimo di reclusione volontaria nella propria stanza per almeno sei mesi; anche se dopo poco si resero conto che il periodo di ritiro durava anche per anni. L’antropologa italiana Carla Ricci sancisce che il problema dell’assenza scolastica, definita la causa principale di hikikomori, sia soltanto un tassello in un contesto di sofferenza molto più complesso di cui l’intero apparato sociale giapponese ne detiene la massima responsabilità. Il giovane giapponese è confuso, sofferente e non sa come procedere ed i medici e parte dell’opinione pubblica hanno la tendenza a considerare ciò una malattia perché una persona in buona salute non è concepibile che si voglia allontanare da tutti e dalla propria famiglia. I dati riportano che gli affetti da hikikomori in Giappone siano circa un milione di adolescenti con contesti familiari normali e non in situazioni con genitori divorziati o separati. Nella struttura familiare tradizionale giapponese il figlio maschio maggiore è il successore del padre quindi colui che ha tutte le maggiori responsabilità dei familiari in caso di situazioni difficili, ma anche colui su cui vertono elevate aspettative della famiglia circa un’importante carriera lavorativa e tutt’ora è un valore culturale importante.

r979297_10697314Chi pratica hikikomori ha un ritiro sociale, ma sperimenta comunicazioni alternative come ad esempio la comunicazione via web, permeata da amicizie virtuali coltivate via chat, e-mail, post in forum e blog. Il rapporto tra hikikomori e tecnologia in sé risente della scelta autoreclusiva del soggetto e ne rappresenta un importante sbocco attraverso cui la persona riesce ad evadere continuando a soddisfare il bisogno di comunicazione con l’esterno.Gli hikikomori investono nelle nuove tecnologie, trascorrono le loro giornate connessi a Internet e dedicano il loro tempo soprattutto ai giochi on-line perché sono paralizzati dalla vergogna, dal timore di non essere adeguati e competivi. Nelle loro camere, invece, si sentono al sicuro dallo sguardo altrui che temono in maniera assoluta e radicale. Navigando in rete, i confini delle stanze in cui gli hikikomori trascorrono le intere giornate si dilatano, i limiti temporali sono annullati, la mente è impegnata in giochi e attività che attutiscono il dolore e leniscono la solitudine. Il loro corpo è fermo, silenzioso e nascosto; la loro mente, invece, segue la velocità dei click del mouse, di una chat o del rapido passaggio di un aereo nemico nell’ambiente del videogioco.
Nel web ci si può nascondere dallo sguardo altrui ed incrociare migliaia di utenti vestiti da avatar e nickname. L’avatar, quindi, trova la soluzione alla natura psicologica di profonda inadeguatezza che caratterizza la rappresentazione del sé da parte dei ragazzi ritirati. Queste immagini atte a rappresentare la propria utenza, infatti, sono esteticamente attraenti e permettono di muoversi nel web con disinvoltura.6a00e54ee8552c883300e5542ee8dc8833-800wi L’avatar non solo rappresenta un determinato ruolo, ma anche l’immagine di un corpo diverso dal proprio. Appare fondamentale, perciò, la scelta delle caratteristiche estetiche che deve possedere. Inoltre, esso mette al riparo da quella sofferenza legata all’insuccesso sociale. I giochi on-line posseggono vari personaggi tra cui scegliere, realistici o fantastici, che oltre alle caratteristiche psicologiche mostrano anche determinanti fisiche. Attraverso tali giochi, quindi, il soggetto in hikikomori sembra che provi a dare un senso alle complicate vicende che sta vivendo, relativamente alla costruzione di un proprio corpo e della propria identità. In rete i ragazzi hikikomori riescono a tollerare le infinite prove che il gioco offre loro: i livelli di difficoltà nei giochi procedono molto gradualmente, in maniera crescente, affinché siano tollerabili. Inoltre, essi assicurano feedback immediati rispetto alle azioni di gioco, dinamica, questa, che sembra tranquillizzare i fragili giocatori rispetto alle loro competenze. La responsabilità rispetto all’errore spesso è diffusa e non sempre imputabile ad un unico giocatore. Si muore e si rinasce, si fallisce, ma c’è sempre un’altra possibilità; esistono vite “di scorta” che consentono di tenere lucido il proprio splendore e le proprie capacità. Pertanto, nel web i ragazzi hikikomori si sentono bravi e competenti poiché esso rappresenta uno spazio che sfugge al controllo genitoriale e così trovano in rete un luogo in cui è possibile muoversi autonomamente e le attività che svolgono non sono conosciute dai familiari. La dipendenza da Internet si costituisce non come origine del problema di autoreclusione, ma come soluzione che questi adolescenti in crisi trovano. La rete si configura come l’unico luogo in cui riescono a vivere e la dedizione ad attività on-line funziona come antidolorifico rispetto alla loro sofferenza.
Tra i neologismi del nuovo Zingarelli 2013 colpisce l’acquisizione ufficiale nel lessico quotidiano del termine hikikomori. Solamente pochissimi anni fa quasi nessuno ne conosceva il significato, proprio perché si riferiva a una realtà adolescenziale relegata unicamente alla società giapponese. I ragazzi giapponesi fuggono da regole troppo severe, i ragazzi italiani scappano dall’incapacità di gestire relazioni di gruppo. Questo implica una presenza attenta, non superficiale, positiva e libera da parte dei genitori e degli altri adulti coinvolti nell’educazione. Le pressioni che la società italiana opera nei confronti dei giovani allievi sono minori e meno competitive rispetto a quella nipponica, senza dimenticare come la famiglia italiana si presenti spesso come ambiente iperprotettivo e la società italiana si ispiri ad atteggiamenti protettivi che sfociano in modalità clientelari atte a preservare i giovani da un reale scontro con ambienti effettivamente meritocratici. Gli adolescenti italiani hanno bisogno di accettazione e benevolenza, soprattutto nei momenti di maggiore cambiamento e passaggio, quando i punti di riferimento vanno ricreati e aumenta la richiesta di autonomia. Un esempio, il passaggio dalle scuole medie alle superiori, così come dinanzi a episodi di sofferenza che magari si colgono in ritardo.
La complessità eziologica del fenomeno hikikomori è legata ai fattori socio-culturali giapponesi e gran parte della letteratura evidenzia difficoltà per una definizione universale del fenomeno. In più, tra gli studiosi non vi è un accordo sulla precisa definizione diagnostica dei sintomi e dei conseguenti trattamenti da attuare. Gli studiosi Alan Teo e Albert Gaw, facendo riferimento alla loro esperienza clinica, riconoscono l’impossibilità di universalizzare il fenomeno proponendone una tripartizione che possa meglio orientare i trattamenti: vi sono casi riferibili a disturbi psichiatrici noti e quindi il trattamento verrebbe assorbito dai tradizionali trattamenti applicabili ai disturbi previsti nel DSM-IV-TR; altri casi non direttamente riferimenti a disturbi, ma classificabili come sindrome legata al contesto culturale che idealmente si ricongiunge alla visione sociologica del fenomeno hikikomori riducendo il trattamento ad un counseling che ad un trattamento psichiatrico; altri casi ancora che non rientrando nelle due categorie precedenti costituiscono esperienze da analizzare ai fini di un nuovo possibile disturbo psichiatrico. Secondo i due autori la maggioranza degli hikikomori rientra nei disturbi psichiatrici standard in risposta a disturbi d’ansia, dello sviluppo, dell’umore. Gaw è lo studioso che ha più definito il fenomeno hikikomori come un aspetto piuttosto controverso perché il tutto sta nella cultura di riferimento dove il soggetto vive, per questo è in letteratura universalmente inqualificabile. Gli autori propongono un protocollo al fine di individuare i pattern specifici del disturbo per un successivo inserimento nel DSM-5.

Il pedagogista come può ri-educare un utente in hikikomori?

La Pedagogia si propone di individuare le strategie atte a favorire l’apprendimento in vista di un’ affettiva inclusione evitando la creazione di luoghi speciali. Un lavoro educativo può risolvere deficit funzionali e non organici, confidando nell’efficacia della relazione e del contesto sociale come sosteneva Itard, infatti il suo intervento pedagogico si basava fondamentalmente sull’esercizio dell’imitazione. La facoltà imitativa del soggetto educa i suoi organi, le sue capacità e stimola l’apprendimento. Itard distingueva tra idiozia congenita dovuta a lesioni organiche e quella derivante da prolungato isolamento, quest’ultimo adattabile al fenomeno dell’hikikomori.

Bruner sostiene che quasi tutti posseggono motivi intrinseci per apprendere. Sono motivi intrinseci all’apprendimento:
a) la curiosità: che rappresenta un tipico esempio di avvio alla conoscenza in quanto stimola il desiderio di apprendere e scoprire;

b) il bisogno di competenza: come adattamento all’ambiente, che promuove un’efficacia interazione con la realtà circostante;
c) la motivazione alla reciprocità: legata al profondo bisogno umano di rispondere agli altri e di cooperare con loro in vista di un obiettivo comune.

Tali motivi costituiscono la base per un apprendimento aperto e motivante ed inducono l’individuo ad acquisire nuove conoscenze. L’apprendimento è un costante processo di creazione che ridefinisce continuamente fini e modalità di sviluppo alla ricerca di un sapere sempre più articolato e completo.
L’uomo è un essere sociale che interagisce e si muove nel suo ambiente per rispondere ai suoi bisogni attraverso il gruppo familiare e l’ascolto degli altri sin dall’infanzia. Spesso però ci sono soggetti che non acquisiscono questa capacità ed hanno necessità di supporto da parte di professionisti, tra cui il pedagogista.
L’educando è un soggetto che si dispone ad imparare, portatore di una sua storia e visione del mondo che lo caratterizzano. Il pedagogista e l’educando sono l’uno complice dell’altro. Affinché ci sia un intervento intenzionale, professionale, mirato a obiettivi precisi e funzionali allo sviluppo educativo, devono essere rispettate delle regole, devono essere possedute competenze da parte del pedagogista e da parte di entrambi deve essere manifestata la disponibilità a intraprendere un percorso assieme. Sia dal pedagogista che dall’educando dipende la riuscita o meno dell’intervento, infatti è determinante la loro capacità di relazionarsi e la qualità della loro interazione.

Secondo diversi autori come Mosey (1973) e Willson (1994) i requisiti fondamentali affinché si possa riconoscere ad un individuo un adeguato livello di funzionamento sono:
a) saper individuare, esprimere e soddisfare i propri bisogni;
b) saper percepire se stessi nell’ambiente in cui si vive (famiglia,comunità,nazione) e al contempo sapersi mettere in relazione con sé stessi e con l’ambiente;
c) saper esprimere in modo adeguato le proprie emozioni;
d) saper funzionare all’interno di un sistema di valori che permette di soddisfare le proprie necessità senza invadere gli spazi o i diritti degli altri;

e) prestare attenzione ai propri bisogni.

La terapia occupazionale ha sviluppato diverse strategie che nascono proprio dall’osservazione delle aree di funzionamento psicosociale della persona e centrano la propria metodologia sull’apprendimento attraverso l’azione. L’obiettivo è quello di agevolare i soggetti aventi bisogni educativi speciali attraverso la relazione d’aiuto da parte del pedagogista a raggiungere un buon livello di partecipazione alla vita di comunità minimizzando o eliminando i deficit che la ostacolano.
Nel coinvolgere l’educando in un’attività occupazionale bisogna considerare tre punti fondamentali:
a) la scelta dell’attività deve tener conto degli interessi dell’educando
b) il livello di partenza dell’attività deve prendere in considerazione il livello funzionamento attuale dell’educando e la progressione deve essere graduale rispettandone i tempi ed i ritmi
c) devono essere adeguatamente rinforzati i piccoli progressi.

Tra i vari modelli della terapia occupazionale per un soggetto in hikikomori quello più adeguato è lo human occupation perché comprende la teoria della motivazione e la teoria dei ruoli che hanno come concetto di base quello del comportamento occupazionale. Il ruolo occupazionale di questo modello è definito come l’insieme dei compiti che una persona esegue, compreso quello sociale. La human occupation agisce essenzialmente secondo le seguenti modalità:
a) sollecitando la curiosità dell’individuo in modo tale che si impegni nel comportamento esplorativo che genera le abilità specifiche;
b) facendo delle richieste di prestazioni tali da instaurare una routine di comportamento in cui vengono attivate ed esercitate abilità specifiche;
c) dando rimando positivo alla persona in modo che sperimenti un senso di efficacia, interesse e fiducia verso i ruoli occupazionali che gli competono.

slideige2Le attività occupazionali su cui il pedagogista punta sono le attività della vita quotidiana come la cura dell’igiene personale, l’utilizzo di strumenti di comunicazione, il corretto sviluppo delle capacità di interazione affettiva e sessuale; le attività lavorative su cui è rivolta l’attenzione all’apprendimento sono le abilità relative allo studio ed attività professionali ed in fine al gioco e tempo libero scegliendo attività di svago adeguate con delle strategie che aiutano alla socializzazione. Focalizzando un lavoro di ri-educazione sociale per il soggetto in hikikomori il cooperative learning cioè una modalità di apprendimento cooperativo che utilizza il coinvolgimento emotivo e cognitivo dell’individuo come strumento di apprendimento e che fa riferimento ad un insieme di principi, tecniche e metodi di conduzione di un gruppo di individui in modo collaborativo, responsabile e solidale è molto utile allo scopo.
robadadisegnatori_fierabologna_diariosoniaInnumerevoli sono le possibili attività educative, tra le tante menziono il gruppo giornale.
Esso incrementa la collaborazione fra pari e quindi lo sviluppo delle abilità sociali, l’abilità della memoria, l’attenzione, la concentrazione, l’uso di strutture logiche, l’uso della scrittura come mezzo di comunicazione, aiutando gli educandi a recuperare un adeguato rapporto con la realtà. Nel gruppo giornale, l’attività è guidata dal pedagogista ed un educatore professionale socio-pedagogico che sono impegnati a creare e mantenere una buona relazione tra i partecipanti ed aiutano a creare un’atmosfera dove ognuno è disponibile verso gli altri, pronto ad esporsi emotivamente ed a organizzarsi per riuscire a portare a termine nei tempi previsti i propri compiti condividendo successi ed insuccessi.
Le attività nell’atelier (termine utilizzato per il luogo fisico dell’ area educativo-riabilitativa) si articolano in quattro momenti:
1. discussione libera e scelta degli argomenti in base alle tematiche emerse;
2. suddivisone degli incarichi e scelta dell’impaginazione;
3. discussione del tema con riferimenti al proprio vissuto;

4. previsione di stesura al computer e pubblicazione.

La finalità del gruppo giornale unisce allo scopo ricreativo quello di stimolare le capacità organizzative, relazionali, cognitive, di sintesi, incrementando l’autostima e la vicinanza emotiva tra gli educandi e ciascuno si esprime in modo creativo manifestando le proprie inclinazioni ed interessi. Attraverso questa attività gli educandi esprimono pensieri ed opinioni, fanno sentire le esigenze, manifestano i bisogni mantenendo un saldo contatto con la realtà circostante.

2777019020_0d67348465_oL’hikikomori essendo una nuova emergenza educativa può essere inclusa nei Bisogni Educativi Speciali (B.E.S) che tra le tantissime condizioni preliminari per l’ascolto e l’individuazione di essi le più importanti sono sicuramente la focalizzazione alla considerazione positiva della persona con conseguente fiducia nelle sue possibilità e capacità autorealizzative. Si tratta di riferimenti pedagogici precisi e la consapevolezza di due secoli di storia sull’educazione speciale. Negli anni 1970 era ad esempio era impensabile che soggetti definiti gravissimi potessero istruirsi o lavorare, oggi invece è realtà; degli esempi di ciò sono Fulvio Frisone, avente tetraparesi spastica, fisico di fama mondiale e ricercatore dell’Università di Catania e Carlo Imprudente, avente anche egli tetraparesi spastica, che dirige un Centro di documentazione sull’handicap a Bologna ed è autore di libri. Il pedagogista Francesco Gatto nel convegno per Bisogni educativi emergenti e ricerca in pedagogia speciale di Cassino nel 1996 ha ribadì: “la fiducia nella potenzialità di ciascuna persona, anche gravemente handicappata, ha portato nei decenni scorsi a rompere schemi consolidati, rigidità scientifiche; anche se c’è da ribadire che l’ottimismo e la fiducia non bastano ma è solo con essi che si possono attivare i processi ed i percorsi di inclusione sociale.” logoUn contributo di studio sui compiti dell’educazione e della didattica speciale è stato dato dalla fine degli anni ’80 dai componenti del Gruppo di Pedagogia Speciale della società italiana di pedagogisti S.I.Ped. Da tali studiosi sono state indicate nuove situazioni di rischio e accanto ai disabili, nuovi soggetti diversi, difficili, problematici che vivono situazioni di disagio e di disadattamento o che si trovano in situazioni di marginalità e/o con disturbi della capacità intenzionale e/o con una visione del mondo disfunzionale; persone cioè che presentano bisogni particolari e specifici, richieste più esigenti e pertanto bisognose di aiuto speciale . Richiamando varie situazioni di nuove problematicità, vulnerabilità, traumaticità (malattia, sradicamento affettivo/emotivo e culturale degli adulti e dei bambini, ecc… ) come ambito di riferimento per l’educazione speciale tutte quelle situazioni in cui il processo di crescita della persona, il suo dover essere, la sua capacità di autodeterminazione ed autoprogettazione e di costruzioni sociali si arrestano o addirittura regrediscono determinando condizioni di problematicità tali da rendere necessario il costituirsi specifiche strategie di intervento educativo”.Quindi nelle nuove emergenze educative possiamo introdurre la fenomenologia dell’ hikikomori in quanto i soggetti hanno necessità di strategie educative mirate e speciali.
In ogni processo di apprendimento da parte del soggetto avvengono delle modificazioni nelle sue capacità che si avvicinano progressivamente a dei livelli qualitativi e quantitativi desiderati che si possono definire gli obiettivi dell’azione pedagogica. Ogni soggetto apprende attraverso il suo agire in continua interazione con vari input ambientali ed interni a se stesso. Gli input che il soggetto riceve produce dei risultati che diventano parte dei successivi input da elaborare nel processo di apprendimento visto come un’evoluzione in cui si modifica l’azione del soggetto. cognitismoQuesto moto circolare di azione ed informazione dovrebbe sempre continuare per poter arrivare agli obiettivi che per essere sostenuto nel tempo e produrre i frutti auspicati ha bisogno di energia. Una parte di energia è il soggetto stesso a fornirsela stimolando le sue varie componenti di azione, l’altra parte di energia fornendo varie forme di input (materiali, aiuti, istruzioni, testi, spiegazioni, conversazioni, narrazioni, dialoghi, ecc..) la dona il pedagogista collocandosi come mediatore per raggiungere un risultato.

Secondo le stime della Federazione Italiana dell’Ordine dei Medici (F.N.O.M.C.E.O.) in Italia i casi di hikikomori tra gli adolescenti sarebbero almeno 240 mila. Si tratta di giovani per i quali affrontare la realtà appare troppo difficile, spesso a causa della mancanza del supporto dei genitori nella loro vita. Le istituzioni italiane non sembrano preoccuparsi di tutto ciò, giacché la realtà sociale è fatta anche e soprattutto di queste problematiche, con un’espansione clinica importante comunicato dai medici della F.N.O.M.C.E.O. Valentina Di Liberto, sociologa e presidente della Cooperativa hikikomori di Milano spiega che ciò è preoccupante perché gli hikikomori molti di quelli che nella vita reale hanno paura della società poi, una volta sulla rete, nei social network o su Internet diventano aggressivi o trasgressivi. La creazione di un clima familiare adeguato e l’accettazione di quanto stia accadendo sono fondamentali per i bisogni espressi dall’adolescente, sono il modo migliore per fare accettare all’hikikomori una terapia e/o l’aiuto di un professionista. La questione principale è che siamo immersi in una cultura che esalta la bellezza, il successo, l’eccellenza, l’esibizionismo, l’apparire. Chi si sente brutto, inadeguato, goffo o non capace di interagire socialmente con gli altri prova una terribile sensazione di fallimento e spesso modo reagisce isolandosi in sé stesso e in casa propria come se fossero un guscio protettivo. Il soggetto decide di non parlare più con nessuno e le uniche relazioni che riesce a intrattenere sono quelle filtrate dal computer che si materializzano solo virtualmente. Sono sempre di più i giovanissimi che cadono vittima dell’hikikomori e sarebbe opportuno che le istituzioni ponessero una maggiore attenzione ad un problema che può espandersi a macchia d’olio.

Corradina Triberio

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